LUIGI NONO

Luigi Nono (1850-1908)

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LUIGI NONO

 

Della fama del Favretto fu felice erede Luigi Nono (1850-1908), uscito dalla stessa Accademia. Ma al Nono le cose, le scene che vide e che rese, i paesaggi che ricercò a Polcenigo e dove gli accadde di soffermarsi, le grandi composizioni nelle quali si esercitò hanno un senso ed una ragione del tutto diversa di quella che piacque al Favretto, che gli fu amico e che egli ricordò sempre con affetto, perché in ogni suo segno seppe porre una sua commozione sincera e appas­sionata di mirahile malinconia. Il più famoso suo quadro è il Rejugium peccatorum (della Galle­ria d’Arte Moderna di Roma), un quadro che s’innalza ad una religiosità solenne. La solennità che il pittore scoperse in ogni scena, in ogni paesaggio, che qualche volta si riferisce a temi e motivi francescani, e che è spesso rivolta alla preghiera (come VAve Maria del Museo Revoltella di Trieste), fu anche vera nella nobilissima esistenza, e nella forma di pensiero che l’artista visse. La sobrietà del colore piegato ad ogni sfumatura, il disegno vibrante in una sicura aderenza alle tinte mantengono ogni opera del Nono in un’atmosfera spirituale.

Nel delineare brevissimamente le fasi della pittura veneziana per dare un filo cronologico alla produzione ottocentesca italiana, molti nomi sono stati omessi. Bisogna aggiungere tutta­via quelli, almeno, di Alessandro Milesi (1856-1945) il quale, oltre ai ritratti evidenti e sensibili, diede una gran serie di scene veneziane che gli procurarono infiniti consensi, e del bolognese Mario de Maria (1852-1924), vissuto per oltre trent’anni a Venezia, dove aggiunse all’illustra­zione fantastica alcune realistiche rappresentazioni.

I paesisti veneziani delle ultime generazioni ottocentesche ebbero, come il veronese Vincenzo Cabianca (1827-1902), un soffio rinnovatore dai contatti con i macchiaioli toscani. Il viaggio di Telemaco Signorini e Vito D’Ancona nel 1856 a Venezia, e le amicizie che essi strinsero servi­rono a portare a Firenze un gruppo di artisti tra i quali furono Federico Zandomeneghi, Giuseppe Abbati e Guglielmo Ciardi (1843-1917). Il Ciardi si adattò alle forme dei macchiaioli portando ad esse le sue qualità di impeccabile e minuto disegnatore per rendere quanto poteva osservare guardando i campi, gli alberi nel mutare delle stagioni. Nel 1883 il quadro Messidoro (ora nella Gali. d’Arte Moderna di Roma) fece servire la macchia ad una composizione grandiosa.

Semplice, spesso ilare, il Ciardi fu chiamato ad insegnare l’arte del paesaggio nell’Accademia di Venezia. Volle dai suoi scolari che praticassero il disegno, e che osservassero il vero con sem­plicità. Allevò all’amore del paesaggio il figlio Beppe (1875-1932) ed una serie di paesisti.

Federico Zandomeneghi (1841-1917), trascorse la sua esistenza, dopo il trentesimo terzo anno, a Parigi, dove portò, non insensibile al fascino che su di lui esercitava il Degas, le sue accen­sioni coloristiche in una serie di quadri armoniosi e profondi.

Con Pietro Fragiacomo (1856-1922) la pittura veneziana moderna potè vantare un artista che s’accostava alla natura con l’ingenua delicatezza fantastica di rendere la sua comunione con le cose delle quali aveva compreso la bellezza. Le pitture agili e brillanti che egli adoperò per esprimere i suoi sentimenti di fronte ai momenti e alle cose: la Calma crepuscolare o la Quie­te di un tramonto o il Viottolo primaverile, cedettero via via a composizioni più vaste, in armonia con i nuovi gusti e animò marine e paesi del suo respiro largo e generoso.

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